Scorrendo la rassegna stampa dell’Expo 2015 si nota come oggi persino l’effimero appaia troppo duraturo. Quel che rimane di una lettura sinceramente sconfortante, non è infatti la banalità di quasi tutti gli attori in scena: il politico che si crede astuto; il cortigiano chiamato a proclamare le sorti dell’evento straordinario; la controfigura di Shylock (nel shakespeariano Mercante di Venezia) impegnato a rassicurare che in città sempre più appesantite da appartamenti vuoti il futuro sia una nuova bolla immobiliare; lo sdegnato fustigatore dei possibili sprechi e dei sicuri stravolgimenti ambientali. Né lo sono gli immaginari poveri e ripetitivi che accompagnano la discussione: le torri, le sfere, i canali d’acqua, i parchi - con l’escamotage di cambiarne la scala da urbana a rurale - o le rues des nations, riemerse da polverosi magazzini ottocenteschi.Colpisce la povertà, se non l’assenza, dei due temi che, in qualche misura, potevano dare senso al tempo che precede e forse seguirà quello effimero dell’Esposizione.
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