Torino-Venezia e ritorno in treno ai tempi della Frecciarossa. Ci sono quattro gradi sotto zero quando esco di casa. L’auto è coperta di brina. Scendo piano verso la città. L’indicatore del ghiaccio lampeggia. Devo lasciare l’auto nel cortile della facoltà di Architettura al Castello del Valentino e procedere a piedi. La prima sorpresa è scoprire, come anche a quell’ora di mattina, un quartiere come San Salvario, simbolo nell’immaginario - non solo cittadino - di degrado e insicurezza, sia vivissimo.La Frecciarossa parte puntuale da Porta Nuova. Vicino, come sempre accade in treni dove l’open space è norma, persone si accaniscono a telefonare a parenti, amici, collaboratori, domestiche, amanti un po’ irritati. Il primo sconcerto è passare lentamente, come per fotogrammi ma senza fermarsi, nella stazione sotterranea di Porta Susa, appena inaugurata proprio per ospitare l’Alta velocità ma poi subito soppressa, e veder scorrere pochi e infelici pendolari lungo la banchina. Il treno prende velocità in una campagna bianca e gelata, lungo l’autostrada, facendo sembrare ferme le auto.
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