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Editoriale


Ddl 1865, è una questione di responsabilità

Cari onorevoli,
nessuno crede più alla saggezza popolare, eppure sembra proprio vero che «lontano dagli occhi è lontano dal cuore»! Nei corridori del Senato della Repubblica, nascosti forse come camole nei mobili, si annidano oltre che pedagoghi e menti giuridiche raffinate, anche profondi conoscitori delle sfumature della lingua italiana. Con il ddl 1865, presentato alla presidenza del medesimo Senato il 10 novembre 2009 dai misters Battaglia, Carrara, Cuffaro, Palmizio e Vicari, si propone che 120.000 geometri (il numero è orgogliosamente scritto nella proposta di iniziativa parlamentare) diventino architetti o ingegneri edili, formati da percorsi di studi di cinque anni. Il passaggio, insieme tragico ed esilarante, è che questa proposta riposa su una discettazione linguistica e su una valutazione storica alquanto curiose. Nella premessa ai sei articoli si legge che questa proposta nasce per ovviare ai limiti fissati per questa professione, fondati sull’«incerto concetto di modesta costruzione», nato, per questi signori, nel 1929 «particolare fase di ricostruzione e crescita economica che caratterizzò l’Italia di quel lontano periodo». Forse il 1929 evoca per tutti qualcosa d’altro.
Un paese che vede letteralmente scendere a valle paesi, strade, colline, che è sotto choc per quanto emerge quasi ogni giorno da un modo di costruire o ricostruire il suo territorio che definire malato è davvero voler essere ottimisti, nasconde nel suo cuore istituzionale la sua cultura più profonda: quella della sanatoria. Non si chiede di fermarsi a riflettere sulla formazione e la formazione continua di chi ha in mano la vita civile e non solo fisica dei cittadini italiani: e magari si cerca di coinvolgere in un processo che non può essere assolutorio per nessuno, Università, Ordini professionali, imprese, pubblica amministrazione, oltre che ovviamente il Parlamento. No. L’ex-presidente della regione più disastrata d’Italia (Salvatore Cuffaro) si fa portavoce, con altri quattro suoi brillanti colleghi, di cui uno architetto, di mettere in sicurezza una potente corporazione! Oportet ut scandala eveniant: in questo paese evidentemente non basta mai.
Non c’è alcuna alterigia intellettuale, tanto meno contro una delle poche professioni sociali che rimangono a questo paese: i geometri appunto. Il problema è ben più radicale. Occorre da parte di tutti fare un passo indietro ed è urgente, per non dire altro, radicalizzare la richiesta di qualità nella formazione e nella formazione permanente di chi mette mano al nostro territorio: di tutti, non solo dei geometri. Non tanto per una ricerca malata del «responsabile», ma perché oggi, ancor più che nel passato, progettare è un mestiere complesso che richiede studi, verifiche, controlli, forse anche senso di responsabilità in primo luogo di chi fa oggi le leggi.
La percezione di questa nuova complessità è nella proposta di legge quasi altrettanto esilarante. Nelle norme transitorie si prevede che il rendimento energetico di un edificio (mercato professionale tra i più floridi) si potrà certificare solo dopo «un corso di aggiornamento professionale della durata di 120 ore, con prova finale». L’equivalente di un corso universitario! E lo stesso vale per la valutazione di impatto ambientale.
Lascio all’esperienza quotidiana dei lettori valutare l’idea di professionalità, di complessità e di formazione che sta dietro questo esercizio di lingua e storia italiana.

di Carlo Olmo, edizione online, 2 marzo 2010

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