1994: la legge Merloni provocava nell’antica gestione dei lavori pubblici un terremoto sostanziale poi perfezionato dalle successive versioni della legge e dei suoi regolamenti applicativi fino all’attuale Codice dei contratti pubblici in linea con le normative europee. Questa rievocazione è stata innescata dall’editoriale di Francesco Cellini pubblicato a marzo su queste stesse pagine, che ha evidenziato il disagio e la delusione di chi ha perseguito per alcuni decenni una certa idea di Architettura, con la A maiuscola. La Merloni aveva comunque avuto qualche merito; ad esempio ha adeguato le procedure italiane a quelle internazionali, ridotto la criminogena tradizione delle perizie di variante, utilissima per far lievitare in modo siderale gli importi dei lavori, messo un po’ d’ordine nella giungla selvaggia dei lavori pubblici. Buone le intenzioni, che però si fanno pagare a caro prezzo, in questo caso costituito dal cinismo alla base di un’altra idea di architettura. Molto semplicemente all’ideale di «qualità» veniva preferito quello molto più fattivo di «quantità».
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