Nella confusione di competenze e di figure professionali che fanno riferimento alla progettazione e, soprattutto, in considerazione dell’abnorme numero di professionisti che vi si dedicano in Italia, caso patologicamente unico nel mondo, prima di sviluppare qualsiasi ragionamento sul tipo di preparazione che bisognerebbe assicurare agli architetti, in formazione o in attività, occorre domandarsi se oggi si deve chiedere alle università di insegnare ai giovani perché «imparino il mestiere» o per dar loro una cultura meno orientata. In altre parole, se le lauree devono essere professionalizzanti o invece volte a soddisfare attitudini e bisogni intellettuali più indefiniti. Certo, i problemi degli architetti e delle facoltà di Architettura non sono uguali a quelli di altri corsi di studio, quindi ogni ragionamento va calato specificamente in questo contesto e può portare a soluzioni del tutto differenti da quelle adottabili per altri ambiti formativi. È probabile, comunque, che qualsiasi ipotesi di preparazione non indirizzata alla professione e rivolta a un’acculturazione genericamente umanistico-scientifica farà correre il rischio di un depotenziamento del valore del titolo di studio universitario, fino alla completa abolizione del suo valore legale (come da tempo una potenza economica qual è la Confindustria chiede).
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