
Salemi (Trapani). S’inizia attraversando un nero corridoio di decompressione dalla realtà, di estraniazione, la cui funzione liminale di rito di passaggio non si attua però tra vita esterna e «spazio a parte» del percorso di visita, perché la messa in scena negli interni del Museo della mafia palpita della stessa brutalità lasciata «fuori», quella della più drammatica quotidianità vissuta in Sicilia negli ultimi 150 anni. L’antinomia piuttosto è con il bianco dominante nel Museo del Risorgimento, al piano terra dello stesso ex Collegio dei Gesuiti che ospita, al primo, quello nato da un’idea di Vittorio Sgarbi. «Rappresentazione di un fenomeno e di un periodo storico che è arrivato alla fine, come in un museo archeologico (...) al di là della certezza», chiarisce Sgarbi, «che la mafia abbia comunque potere».A interpretare e tradurre in pratica questa idea una squadra di giovanissimi, dal ventiseienne direttore artistico Nicolas Ballario, affiancato dagli altri dodici ragazzi della Fondazione Sgarbi e dall’artista Cesare Inzerillo (allestimenti e progettazione).
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