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Apre il Macro

Un foyer per la città

La piazza aperta sul tetto del nuovo Macro

Il 3 dicembre apre il Macro. Ripubblichiamo l'articolo apparso in occasione della apertura congiunta del Macro e del Maxxi a fine maggio durante la fiera The Road to contemporary art.

Macro e Maxxi due realtà molto diverse: da un lato, la realizzazione di un museo di arte e
di architettura voluto dal ministero dei Beni e delle attività culturali, finanziato con un provvedimento di legge, poi con la Finanziaria 2007 (gestito da Arcus, Spa interministeriale tra
Economia, Infrastrutture e Beni culturali commissariata da aprile),
trasformato infine in Fondazione presieduta da Pio Baldinel luglio 2009; dall’altro, l’ampliamento di un museo d’arte, costituito nel 1999, sostenuto con fondi comunali. Due architetture portatrici di venti culturali quasi contrastanti: Partenone romano del XXI secolo, il
Maxxi domina il quartiere Flaminio; silenziosa miniatura italiana del Beaubourg, con i suoi
19.500 mq (di cui 2.500 a terrazza), il Macro è impercettibile finché non se ne varca l’ingresso.
Il primo, frutto di un appalto affidato a un’impresa romana (Italianacostruzioni del Gruppo
Navarra), punta sulla plasticità e la resistenza di un cemento glabro; il secondo, oltre a fare
i conti con una prima rifunzionalizzazione dell’ex birrificio Peroni condotta in economia,
affida i lavori a un consorzio di cooperative di Bologna (il Consorzio Cooperative Costruzioni)
e scommette invece sull’agilità delle carpenterie metalliche e su un’impurità del vetro
(e della trasparenza) ancora inedita.Il progetto e la gestione del Macro integrano e radicano nella realtà professionale romana aspetti preziosi della cultura francese degli anni settanta e ottanta, interpretata da Odile Decq e dal collaboratore Burkhard Morass. Giuseppe Savarese, ad esempio, responsabile del progetto dal 2003, anno dell’affidamento, lo ha seguito prima da Parigi e poi da Roma. Questa tendenza francese riconferma la centralità del ruolo dell’architetto nel processo progettuale e costruttivo: la direzione lavori del Macro, consegnata dal Comune allo studio Zètema, è rimasta nelle mani di un altro architetto: Guido Engrao. Decq sperimenta e brevetta, ma sa anche farsi interprete dell’arte intesa come realtà urbana, quindi sociale. Quest’ultimo aspetto, in Italia conserva ancora un fascino di controcultura (come peraltro rivela il persistente aggettivo punk affiancato al ritratto dell’architetto). «Roma è una città dove la parola ha molta importanza», afferma Decq, ricordando il periodo 2001-2003 in cui, dopo il concorso, si definiva il progetto per il museo, allora diretto da Danilo Eccher, «phase d’acclimatation» con l’amministrazione. La francese ha quindi imbastito il progetto e poi cucito alcune caratteristiche del museo alle retoriche italiane dominanti: promenade architecturale e spazi pubblici. L’estensione del museo esistente è pensata come attraversamento dell’isolato, occupato dalla fabbrica e costituito dagli stabilimenti e dalle abitazioni dei suoi operai, in un quartiere privo di una vera e propria piazza. Il foyer dell’ampliamento diventa la nuova piazza coperta, occupata da un volume autonomo (una piccola ma lucida e curatissima sala conferenze), vivibile come uno spazio davvero pubblico e aperto, dove il nero colpisce nella sua essenza di colore e non di oscurità. L’entrata si sposta da via Reggio Emilia (negli spazi un tempo adibiti a ghiacciaia del birrificio) all’incrocio delle vie Nizza e Cagliari, con un nuovo ingresso d’angolo segnato da un vuoto, dato dalla struttura a sbalzo sovrastante, caratterizzato da una piccola corte giardino (forse una citazione dell’entrata al Musée du Quai Branly di Jean Nouvel?). L’attraversamento dell’isolato può avvenire così all’interno del museo, attraverso il piccolo giardino che dal nuovo ingresso porta al foyer, alle passerelle e, di qui, alla grande terrazza di copertura in basalto: «un pezzo delle strade di Roma» (sostiene Decq) che può ospitare istallazioni e/o feste da ballo. Come previsto dai vincoli della Soprintendenza, le facciate sulle vie Nizza e Cagliari, seppur prive di ruolo portante, sono state conservate e si reggono con un placcaggio alla struttura retrostante in cemento armato (25 cm di spessore) su cui poggiano anche le travi metalliche della copertura. Lo studio preliminare delle strutture si deve a Batiserf Ingénierie di Grenoble (già consulente di Decq), il definitivo e l’esecutivo (per la traduzione delle normative) sono stati rivisti da un ufficio di Livorno. Il Consorzio Cooperative Costruzioni (impresa aggiudicataria) ha subappaltato la realizzazione della superficie vetrata, prodotta con un brevetto pensato da Decq con Simon Prouvé. La messa in opera dei serramenti, iniziata a gennaio 2007, includeva produzione, assemblaggio e montaggio delle lastre di vetro, contenenti una maglia artigianale di acciaio: cinque differenti tipologie di texture che rendono cangianti i serramenti a seconda della loro posizione. L’effetto è quello di tanti velari che trasformano gli interni delle sale espositive in ambienti ariosi e confortevoli. Ma questo artificio, soprattutto, ha fatto sì che la fase più delicata del cantiere (il montaggio dei serramenti) sia dipesa strettamente dalla direzione artistica del progetto. Dietro alle metafore utilizzate da Decq per vendere il progetto - quelle architettoniche dell’attraversamento dell’isolato, del foyer a rampa che diventa piazza, quella verbale di «Roma, ville de deambulation» - c’è in realtà la consapevolezza di quanto Bernard Huet si augurava a metà degli anni settanta con la rivista «Amc»: un nesso tra pratiche sociali, tipologie architettoniche e sviluppo di forme urbane appropriate. Socializzare, con e attraverso l’arte contemporanea, sarà possibile al Macro, perché lo sviluppo di una forma urbana appropriata si è compiuto insieme al ripensamento del museo contemporaneo. Come? Attraverso una grande sala espositiva che abbraccia una sala conferenze: lo spazio rimanente è pubblico, aperto, attraversabile liberamente dalle due parti opposte del medesimo isolato. L’acquisto del biglietto, da ottobre, sarà necessario per il parcheggio multipiano da 180 posti realizzato sotto il museo (che sarà fruibile anche dai residenti del quartiere), per la grande sala (1.200 mq), per la piccola (500 mq) e per gli spazi originari del Macro, che questa estate ospitano mostre importanti, come quella curata da Francesca Pola e dal giovane direttore del museo Luca Massimo Barbero, dedicata all’attività di Graziella Lonardi Buontempo. L’esposizione «Vitalità in negativo 1960/70», che fu allestita nel Palazzo delle Esposizioni da Piero Sartogo, e l’arte metalinguistica di una grande stagione italiana, diventano così l’augurio di questo nuovo spazio di Roma al pubblico e agli artisti.

di Michela Comba , edizione online, 3 dicembre 2010


  • Il nuovo ingresso
  • Il foyer e l'auditorium
  • La sala espositiva del piano terra
  • La passerella aerea
  • La caffetteria
  • I bagni

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