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Apre oggi a Torino il nuovo stadio della Juventus

Anticipiamo il commento di Federico Bucci che accompagnerà l'inserto speciale nel prossimo numero del Giornale, in edicola da metà settembre

© Immaginario di Menegatti e Manfredi

Form follows function; la forma segue la funzione. Questo vecchio adagio dei tempi eroici dell’architettura moderna, molto discusso fin da allora, potrebbe rivelarsi una buona guida alla lettura del nuovo stadio per 41.000 spettatori costruito a Torino dalla Juventus Football Club.
Va tuttavia precisato che, in questo particolarissimo caso, il termine «funzione» individua comportamenti meritevoli dell’approfondimento di un esperto fruitore, ovvero un tifoso e frequentatore di stadi per il calcio (amante cioè di quel moderno e diffusissimo «giuoco» praticato coi piedi e una palla), in grado di offrire al lettore la ricercata tendenziosità con la quale il «fenomeno architettonico» sarà sottoposto al suo modesto giudizio.
Tutto ciò, mi permetto di aggiungere, ha comunque un indubbio vantaggio, perché invita a cogliere la dimensione «emozionale» che questo stadio torinese, appositamente progettato per assistere al «grande spettacolo del calcio», possiede in buona misura e secondo inedite modalità, insieme ovviamente ai parametri che riguardano gli aspetti tecnico-formali che coinvolgono la visibilità, la sicurezza, le strutture e gli impianti.
La prima emozione è quella che si prova dall’esterno dello stadio, cioè dai confini di Torino, dai quali percepisci che là, su quella collina verde, sotto quel guscio carenato, vestito in lamelle metalliche sfumando il bianconero di casa (antico regalo dei pionieri di Nottingham), finemente contrappuntato dal tricolore, si è svolto o si svolgerà la tanto attesa partita della quale sei stato o sarai protagonista.
Si dirà che questo è pane per i più sfegatati, cioè i componenti di quelle «tribù del calcio» che, in tutto il mondo, sognano di scendere in campo per partecipare alle preziose (in tutti i sensi!) giocate dei propri idoli. Tuttavia, anche il tifoso degli aspetti costruttivi non può in questo caso rimanere indifferente di fronte a quei quattro monumentali pennoni d’acciaio, alti 88 metri e anch’essi di tricolore vestiti, che, grazie a lunghi tiranti saldamente ancorati a terra, reggono ciò che ancora, dall’esterno, rimane purtroppo celato alla vista e di cui diremo in seguito.
A questo punto non ci resta che entrare e per far ciò siamo costretti a sottoporci alla noiosa pratica dell’attraversamento dei tornelli metallici imposti dalle nuove norme di sicurezza. Qui, noi della tribù, spesso ci deprimiamo, anche perché l’inserviente ha scoperto il contenitore di bibite maldestramente occultato, e una volta superato l’ostacolo corriamo a guadagnarci il posto senza curar null’altro. Al fedelissimo abbonato di questo stadio, invece, l’architettura e la comunicazione concedono qualcosa in più. Si tratta, infatti, di una bella piazza in quota realizzata lungo l’anello dello stadio, che offre gradevoli punti di vista sia sulle montagne e sui tetti della città (un’immagine che piaceva molto a Calvino-Palomar), compreso il nuovo centro commerciale disegnato alla base dell’ampia collina, sia sul già citato guscio bicromatico. Ma le soprese non sono finite, perché la pavimentazione di una parte di questo anello riporta i risultati di un’iniziativa commerciale di successo, intitolata «Accendi una stella», legata alla personalizzazione di una medaglia appuntata sotto al nome del tuo giocatore preferito. Inutile dire, perché qui la storia si fa troppo seria, della commozione di fronte all’affollamento attorno al mito di Gaetano Scirea, indimenticabile bandiera locale e nazionale.
Siamo finalmente giunti all’indiscussa meta del nostro itinerario: l’interno del catino di gioco. Qui il cuore dello spettatore batte forte per una serie di motivi che, lo dicono anche le fonti più obiettive, non coinvolgono esclusivamente i soliti accaniti aficionados. Innanzitutto, la visibilità è perfetta da ogni punto degli spalti, anche grazie alla pendenza delle gradinate che, pur non così pronunciata come in certi celebri e suggestivi catini sudamericani, garantisce quella «prossimità» al terreno di gioco alla quale ogni frequentatore di stadio aspira.
C’è poi un’atmosfera di serenità generale che questo specialissimo «spazio interno» a cielo aperto trasmette al popolo che l’affolla: nessuna rete o pesante separazione da un settore all’altro, spesso ostacolo alla visione, ma una continuità tra le sedute e il terreno di gioco interrotta da bassi divisori trasparenti, talvolta mobili per garantire gli accessi speciali, che diventano più alti solo in corrispondenza dei confini del settore riservato ai circa 2000 tifosi «ospiti».
Novità assoluta per uno stadio italiano, anch’essa importata dal modello anglosassone, è l’inserimento della «panchina» di ogni squadra (allenatore, riserve, staff) in uno specifico settore ritagliato sulle stesse gradinate, tra il pubblico, in modo da non occupare preziosi metri di campo. Di questi tempi, è un segno di fiducia non da poco nelle virtù pedagogiche del calcio italiano.
Insomma, un’organizzazione spaziale di questo tipo, supportata dal capillare controllo del circuito delle telecamere interne, dovrebbe favorire, in chi assiste alle mirabolanti feste calcistiche, quei comportamenti etici che, nel nostro paese, facciamo molta fatica a garantire e a far diventare ordinaria amministrazione.
Così, con gli occhi concentrati sul terreno di gioco, qualsiasi spettatore di questo stadio può trascorrere i due tempi da 45 minuti l’uno durante i quali si svolge la sua amata partita. Ma nei 15 minuti di intervallo tra un tempo e l’altro, consigliamo vivamente a tutti di alzare lo sguardo verso l’alto, perché lo spettacolo che si tiene sopra le nostre teste merita l’attenzione anche dei più disattenti profani.
Ecco infatti svelata la funzione di quei pennoni esterni, i quali sostengono la copertura metallica dello stadio, lunga 125 metri e larga 90, e composta da 4 elegantissime travi principali, di armonioso disegno, con relative giunzioni d’angolo, e 60 travi secondarie.
Eppure, nonostante le impressionanti cifre, a cui per i più esperti possiamo aggiungere quelle dei due martinetti necessari per issare le 650 tonnellate di ogni pennone, l’espressione tecnica messa «in gioco» nella costruzione di questo stadio trasmette quasi un senso di sospensione aerea, di assenza di gravità, che ci riporta a quella «sensibilità statica» che l’ingegner Nervi collocava tra i grandi «atti creativi» del mondo delle costruzioni.
In conclusione, dal comodo e speriamo robusto sedile a lui destinato, nonché dal suo personale punto di vista, il tifoso-architetto assegna ai progettisti e ai costruttori di questo stadio, così italiano e così internazionale, il merito di aver saputo ripercorrere il solco di una grande tradizione del costruire. Ci auguriamo solo che la seduzione di questo luogo possa sconfiggere il diabolico potere della televisione, oggi sempre più impegnato a prescriverci i «domiciliari» per qualsiasi evento sportivo.

di Federico Bucci, edizione online, 8 settembre 2011


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