<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!-- generator="FeedCreator 1.7.2-ppt" -->
<feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xml:lang="IT">
    <title>Il Giornale dell'Architettura</title>
    <subtitle>Le ultime notizie del Il Giornale dell'Architettura</subtitle>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com"/>
    <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com</id>
    <updated>2012-02-05T00:00:32+01:00</updated>
    <generator>FeedCreator 1.7.2-ppt</generator>
<link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com" />
    <entry>
        <title>Bologna: ecco finalmente Palazzo Pepoli</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111725.html"/>
        <published>2012-01-26T09:38:28+01:00</published>
        <updated>2012-01-26T09:38:28+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111725.html</id>
        <author>
            <name>Luigi Bartolomei</name>
        </author>
        <summary>Con l’apertura in Palazzo Pepoli del Museo della Storia di Bologna, giunge ad uno snodo fondamentale Genus Bononiae, il percorso museale di rilievo urbano avviato dalla Fondazione Carisbo e destinato a trasformare la città in una delle principali capitali Europee della cultura mediante la valorizzazione e il progressivo restauro dei principali poli del suo cuore monumentale. In Genus Bononiae Palazzo Pepoli ha il ruolo dell’anfitrione: mentre introduce alla città di Bologna, ne promuove una nuova visione, sottraendola al suo provincialismo per ricordarle la sua originaria vocazione a crogiuolo di arte, idee e cultura, come scrive Fabio Roversi Monaco, ispiratore del progetto e presidente della Fondazione.Tuttavia, poiché una città di troppi intellettuali e qualche Balanzone esaspera la critica fino ad impedire qualsiasi innovazione, v’era già chi deprecava, all’inaugurazione del 28 Gennaio scorso, la torre in vetro ed acciaio di Mario Bellini, nuovo vano scale al museo, troppo invasiva e inutilmente ampia nell’antica corte medioevale del Palazzo; o ancora l’ “ombrello” a copertura dell’antico cortile, dai profili in acciaio troppo pesanti; o il tono tra il barocco e il presepistico di alcune sezioni dell’allestimento troppo generose di specchi… Eppure, quand’anche queste considerazioni fossero qua e là condivisibili, esse diventano poco e scuro rispetto ad una simile operazione di rinnovamento nella comunicazione della città, che vede pochi paragoni in Europa e che nell’architettura coglie solo un aspetto, per quanto, anch’esso di assoluto rilievo con un delicato restauro (anche strutturale) che ha saputo cucire mirabilmente l’esterna apparenza di una trecentesca fortezza con gli stucchi degli interni barocchi, sempre leggibili nell’aereo allestimento, sensibile alla lezione del razionalismo italiano di Melotti e Persico, e talvolta utilizzati come perfetta cornice alla proiezione di audiovisivi. Un museo anti-museo che rifugge dal grigiore in cui spesso è stata imbalsamata la cultura per riscoprirne il colore, in un progetto grafico di Italo Lupi che anche negli adulti scova bambini. Con la direzione scientifica di Massimo Negri il percorso procede non solo cronologicamente ma anche per analogie e contaminazioni, fino a sbocciare nel virtuale con un fumetto in 3D che, con la voce di Lucio Dalla e la regia di Giosuè Boetto, narra in dieci minuti 2500 anni di storia.Progetto architettonico, restauro e allestimento museografico: Mario BelliniDirezione scientifica: Massimo NegriProgetto grafico: Italo LupiI numeri del progetto45.000.000 € costo del restauro e allestimento6200 mq di superficie totale3100 mq superficie espositiva netta650 mq corte coperta37 sale espositive</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Peter Eisenman a Milano per il Giorno della Memoria</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111729.html"/>
        <published>2012-01-26T11:32:01+01:00</published>
        <updated>2012-01-26T11:32:01+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111729.html</id>
        <summary>Milano. Doppio appuntamento nel capoluogo lombardo per l’architetto americano. Questa sera presenzierà infatti alla presentazione della ristampa de «L’architettura della città» di Aldo Rossi riedito da Quodlibet (presso 10 corso Como Cafè, in corso Como 10), mentre domani, a partire dalle 14, sarà all’Accademia di Brera per il conferimento di un diploma ad honorem di Formazione alla ricerca artistica in arti visive.La consegna del riconoscimento s’inserisce all’interno delle giornate dedicate al Memoriale italiano di Auschwitz, ancora sotto rischio di smantellamento, racchiuse all’interno del titolo «L’interesse culturale nazionale e internazionale del memoriale italiano di Auschwitz».Prenderanno parte alle cerimonie Gastone Mariani (direttore dell’Accademia di Brera), Cesare Ajroldi (coordinatore del dottorato di ricerca in Progettazione architettonica dell’Università di Palermo, presso cui l’Accademia ha una sede), Marco Dezzi Bardeschi e Carlo Bernardini, direttori rispettivamente di Ananke e Sapere, che dedicheranno uno spazio speciale all’evento, e saranno presentate le relazioni di Sandro Scarrocchia (Accademia di Brera, con «Il Memoriale italiano e Auschwitz»), Roberto Cecchi (sottosegretario del Ministero per i beni e le attività culturali, con «L’interesse culturale nazionale del Memoriale italiano di Auschwitz») e Manlio Frigo (docente di Diritto internazionale dell’Università statale di Milano) che farà il punto sulla richiesta dall’Accademia e dal Dottorato di ricerca di dichiarazione di interesse culturale del Memoriale.Eisenman, autore del Memoriale dell’Olocausto di Berlino, discuterà proprio di questo suo progetto nella lectio magistralis, «Architecture and Art - The Holocaust Memorial in Berlin», e sarà anche presente all’inaugurazione della mostra sul «Progetto di conservazione e valorizzazione del Memoriale italiano di Auschwitz», nella chiesa sconsacrata di San Carpoforo fino al 3 febbraio (apertura dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18 e sabato dalle 9 alle 14).</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>KlimaHouse Bolzano al via</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111723.html"/>
        <published>2012-01-25T15:45:42+01:00</published>
        <updated>2012-01-25T15:45:42+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111723.html</id>
        <summary>Bolzano. Nell’anno della triplicazione del format, che dal 29 al 31 marzo toccherà per la prima volta anche la Puglia, si sta per aprire a Fiera Bolzano la settima edizione del fortunato format dedicato alle problematiche della costruzione efficiente e sostenibile e del risparmio energetico, diretto ai professionisti del settore e aperto al territorio.Diversi gli appuntamenti che accompagneranno la mostra, che quest’anno ospita oltre 400 espositori selezionato da una giuria di esperti CasaClima. Tra questi:«City Parcours». Quattro palazzi storici di Bolzano ospitano eventi, mostre e visite guidate: Camera di Commercio (CasaClima A+) con una mostra sulle aziende premiate Klimahouse Trend; Museion (CasaClima B nuovo edificio) con una mostra della Fondazione Architetti; la Libera Università di Bolzano (CasaClima A) con una mostra dedicata a Med in Italy, la partecipazione italiana al Solar Decathlon europeo; la Provincia autonoma di Bolzano - Palazzo 11 (CasaClima Gold edificio risanato) con una mostra sulle CaseClima premiate«Costruire con intelligenza». Congresso internazionale organizzato in collaborazione con Agenzia CasaClimaIncontro con Manfred Hegger (HHS Planer + Architekten Spa - Kassel), impegnato nella progettazione e nella realizzazione di edifici con sistemi costruttivi alternativiAnteprima Solar Decathlon Europe. Visione del prototipo di Med in Italy, la prima partecipazione italiana all’ormai famosa gara internazionale per case solari progettate e realizzate da squadre di studenti iscritti a facoltà tecniche guidati da un tutorRiqualificazione energetica dal vivo realizzata da artigiani aderenti all’Apa - Associazione provinciale dell’artigianato, che costruiranno quattro parti d’edificio in scala 1:1 in due differenti classi energetiche di CasaClima.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Ecco il nuovo Design Museum di Londra, firmato John Pawson e Oma</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111632.html"/>
        <published>2012-01-17T14:01:09+01:00</published>
        <updated>2012-01-17T14:01:09+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111632.html</id>
        <summary>Presentato il 24 gennaio il progetto del nuovo Design Museum di Londra che verrà collocato nella sede dell'ex Commonwealth Institute  su Kensington High Street, un edificio di Sir Robert Matthews, Johnson-Marshall &amp;amp; Partners (RMJM) del 1962, vincolato e in disuso dal 2001, caratterizzato da una particolare copertura a guscio in calcestruzzo.Il progetto di ristrutturazione prevede il ridisegno degli interni da parte di John Pawson, già autore della vecchia sede sul Butler’s Wharf, e un masterplan con progetto di sviluppo residenziale nel parco circostante firmato Oma. Costo totale 80.000.000 di sterline.Pawson ha affermato: «La cosa più eccitante del progetto è che, alla fine di tutto, Londra avrà un museo del design di altissimo livello, con gallerie per esposizioni permanenti e temporanee, spazi di ricerca e istruzione e una biblioteca. L'altro messaggio improtante di questo progetto è nella riconverisone di un'architettura iconica del ventesimo secolo a dimostrazione che non c'è bisogno di demolire vecchi edifici per rendere meraviglioso nuovo spazio pubblico».Nella sua nuova casa il museo avrà uno spazio tre volte più grande della sua sede attuale per  un pubblico stimato di 500.000 visitatori l'anno.La nuova sede prevede uno spazio triplicato nelle dimensioni, oltre a offrire un vantaggio logistico, collocandosi nel medesimo quartiere in cui sorgono il V&amp;amp;A Museum, lo Science Museum e il Royal College of Art. Completamento previsto per il 2014.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>E il curatore del Padiglione Italia?</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/2/111659.html"/>
        <published>2012-01-18T17:01:09+01:00</published>
        <updated>2012-01-18T17:01:09+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/2/111659.html</id>
        <author>
            <name>Francesco Garofalo</name>
        </author>
        <summary>Dal 27 dicembre David Chipperfield è ufficialmente il direttore della prossima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Per tradizione, il curatore del Padiglione Italia (o Padiglione Italiano? - nemmeno uno che lo è stato riesce a ricordare il nome giusto al primo colpo), viene nominato poco dopo. Molti paesi si mettono in moto prima, ma è una questione di cortesia istituzionale e di comunicazione, parlare dei padiglioni nazionali, solo dopo che il direttore ha presentato un primo abbozzo del suo programma.  Nel caso dell’Italia le cose sono un poco più complicate. Il nostro paese ha un padiglione nazionale dal 2006. Cioè svolge un ruolo duplice: è titolare di una grande istituzione culturale internazionale, e allo stesso tempo presenta, come gli altri paesi, la propria produzione in uno spazio proprio e stabile.  La mancanza di una regola chiara per scegliere curatore e progetto del padiglione, dopo sei edizioni tra arti visive e architettura, è già da tempo oggetto di dibattito pubblico. Se ne parla molto più spesso a proposito dell’arte, e questo potrebbe fare sorgere il dubbio che per l’architettura una “regola” ci sia. Nelle prossime righe si proverà a dedurla dall’esperienza.  Chi scrive ha ricoperto questo incarico nel 2008, quindi ritiene di avere della questione una certa conoscenza, di non essere sospetto di interessi personali, poiché non è ricandidabile, e inoltre ancora non conosce il nuovo curatore (almeno, non gli è noto al momento di scrivere), e quindi non si può sospettare che la questione posta abbia a che fare con il nome del prescelto.  Lo schema della Biennale prevede per i padiglioni nazionali le figure del commissario e del curatore. Il commissario è spesso un rappresentante della istituzione a cui il padiglione è in vario modo “affidato”. Alcuni paesi hanno una istituzione che se ne occupa stabilmente, altri la scelgono di volta in volta. A seconda di queste e altre circostanze, il commissario può essere colui/lei che sceglie il curatore. Ma dovremmo dire piuttosto, per uscire dalla nostra logica, sceglie il progetto della mostra.  Se si guardano i cataloghi delle sei edizioni del padiglione italiano, si scopre che l’istituzione responsabile è chiaramente individuata (il Mibac), mentre è molto meno chiaro il rapporto tra commissario e curatore. Nel catalogo della prima edizione curata da Franco Purini il commissario non compare, e anzi l’Italia appare tra le partecipazioni nazionali con un’altra mostra. Nelle due edizioni successive si sono succeduti Margherita Guccione, dirigente della Darc, ora direttore del Maxxi-architettura, e il direttore generale del Ministero Mario Lolli Ghetti. Nel caso delle arti visive, l’ambiguità è ancora maggiore, la mostra di Francesco Vezzoli ha un curatore, Ida Giannelli, e due commissari: Pio Baldi e Anna Mattirolo, sempre del Ministero. Nelle due edizioni successive in cui il Ministro era Sandro Bondi, la nomina dei curatori è stata attribuita personalmente al titolare del dicastero.  Solo nel 2008 c’è stata una selezione. Il ministero ha formato una piccola commissione di cui faceva parte il Presidente della Biennale (cosa non del tutto strana, visto che il padiglione è fisicamente e amministrativamente realizzato attraverso una convenzione che trasferisce il budget alla Biennale). Gli altri commissari erano Carlo Olmo e Margherita Guccione. Oltre a chi scrive, sono stati invitati altri quattro curatori a presentare progetti, tra cui la commissione ha operato la propria scelta.  Non è l’unica soluzione possibile, e non è l’unica soluzione praticata dalle decine di paesi che hanno i padiglioni a Venezia. Ma forse non è troppo chiedere che si stabilisca una procedura pubblica, che allontani il sospetto che la nomina avvenga nei conciliaboli tra vertice del ministero ed entourage del Ministro di turno.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Varese: l’Ordine festeggia i suoi primi 50 anni</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111671.html"/>
        <published>2012-01-19T15:37:42+01:00</published>
        <updated>2012-01-19T15:37:42+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111671.html</id>
        <summary>Varese. Si è conclusa la conferenza stampa di presentazione degli eventi in programma per i festeggiamenti dei 50 anni dell’Ordine degli architetti della provincia lombarda. Attento e legato al territorio, «Amiamo Varese?», tra una mostra sull’attività di Luciano Brunella, il premio all’architettura under 40 Claudio Baracca (aperto agli iscritti di Varese, Como e del Canton Ticino) e incontri sul Pgt, propone anche un’interessante serie di dibattiti, tutti a ingresso libero e su tematiche differenti: dopo Mario Botta e Paolo Perulli, il 25 gennaio su Architettura e società, saranno infatti ospiti gli italiani Metrogramma (29 febbraio su Pianificazione urbana), il portoghese João Nunes (28 marzo su Architettura del paesaggio), la catalana Carme Pinós (10 aprile su Architettura e città), gli italiani C+S e Studio MaP (30 maggio su Restauro e riuso) e gli svizzeri Burkhalter Sumi (27 giugno su Abitare). www.ordinearchitettivarese.it</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Guido Canella a Milano</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111649.html"/>
        <published>2012-01-18T15:03:49+01:00</published>
        <updated>2012-01-18T15:03:49+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111649.html</id>
        <summary>Milano. «Guido Canella. Il pensiero, l’opera, l’insegnamento», convegno internazionale di studi in onore dell’architetto scomparso nel 2009, entrerà nel vivo domani per chiudersi sabato 21 gennaio.Promosso dal Politecnico di Milano (Scuola di Architettura civile, Dipartimento di Progettazione dell’architettura e dottorato di ricerca in Composizione architettonica) in collaborazione con il Comune di Milano, dedica alla figura dell’allievo di Ernesto Nathan Rogers e Giuseppe Samonà discussioni e approfondimenti che richiameranno a Milano studiosi, architetti e accademici nazionali come Giorgio Ciucci, Franco Purini, Luciano Semerani, e internazionali come Jean-Louis Cohen, Bruno Reichlin, Daniel Sherer, Salvador Tarragó Cid e Jacques Gubler.Dopo l’inaugurazione, il 18 alle 17.30 presso Villa Reale, i dibattiti delle tre giornate, ospitate dall’aula Carlo De Carli del Politecnico di Milano in Bovisa, saranno tematicamente suddivise:«Guido Canella nell’architettura italiana del secondo Novecento», presieduta da Antonio Monestiroli e Angelo Torricelli. Giovedì 19 gennaio, ore 9.30 e 15.00«Conservare la nostra tradizione: il lascito di Guido Canella e le generazioni più giovani», presieduta da Enrico Bordogna. Venerdì 19 gennaio, ore 9.30«La ricerca, l’insegnamento, la passione editoriale» (Daniele Vitale). Venerdì 19 gennaio, ore 15.00«Guido Canella nell’architettura internazionale» (Luciano Semerani). Sabato 21 gennaio, ore 9.30</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>La Biennale di Chipperfield: «Common Ground»</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111627.html"/>
        <published>2012-01-17T13:19:27+01:00</published>
        <updated>2012-01-17T13:19:27+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111627.html</id>
        <author>
            <name>David Chipperfield</name>
        </author>
        <summary>Il titolo («punto d’incontro, terreno comune») voglio che celebri una cultura dell’architettura vitale, tutt’altro che isolata, e che ponga domande sui contesti fisici e intellettuali cui afferisce. Il titolo funge anche da metafora per il campo di attività dell’architettura: mi interessa tutto ciò che gli architetti condividono, dalle condizioni della professione alle influenze, alle collaborazioni, alle storie e alle affinità che definiscono e contestualizzano il nostro lavoro. Intendo approfittare dell’opportunità della Biennale per rinsaldare la nostra comprensione della cultura dell’architettura e per mettere in evidenza le continuità filosofiche e pratiche che la definiscono.Il titolo è anche un forte riferimento al terreno tra gli edifici, gli spazi della città. Voglio che i progetti della Biennale esaminino con serietà gli ambiti politici, sociali e pubblici di cui l’architettura fa parte. Il tema non deve perdersi in una giungla di speculazioni sociologiche, psicologiche o artistiche, ma approfondire la comprensione del contributo specifico dato dal progetto alla definizione degli ambiti urbani in cui vive la comunità. È un intenzionale atto di resistenza nei confronti dell’immagine dell’architettura diffusa da buona parte dei mezzi d’informazione odierni, ovvero di progetti che nascono già interamente formati dalla mente dei singoli talenti. M’interessa sottolineare il fatto che l’architettura non è un fatto isolato, nè dal punto di vista intellettuale né pratico, e che affronta preoccupazioni, influenze e intenzioni comuni.Il mio metodo di selezione degli architetti partecipanti intende rafforzare il tema mettendo al centro della Biennale la collaborazione e il dialogo che, a mio avviso, rappresentano il cuore dell’architettura. Inviteremo i partecipanti a fare proposte per le mostre e le installazioni, ma chiederemo loro anche di proporre i collaboratori con cui vogliono lavorare. In questo modo, l’iniziale selezione fatta dal gruppo di curatori sarà arricchita da un’ulteriore serie di rapporti avviati dagli architetti selezionati. La speranza è che i dialoghi fra i vari architetti superino i confini di età, stile, geografia e disciplina. Potrebbero inoltre individuare il ruolo cruciale di altri soggetti della cultura dell’architettura: media, istituti di ricerca, facoltà, editori, gallerie, fondazioni e così via. Mi auguro che venga sfruttato ogni mezzo a disposizione per raccontare storie sul terreno comune della professione e della città. Non intendo fare né una selezione esclusiva di progetti sulla base di gusti e pregiudizi, né una mostra inclusiva in maniera acritica. Vorremmo dare ai partecipanti l’opportunità di spiegare il proprio lavoro all’interno del più ampio contesto della professione, non solo per dimostrare il loro talento, ma anche per unire le nostre forze nel definire ambizioni e responsabilità.Appuntamendo dal 29 agosto al 25 novembre 2012 ai Giardini e all’Arsenale (vernice 27 e 28 agosto 2012).English versionThe theme of the 13th architecture biennale will be Common Ground. I want this biennale to celebrate a vital, interconnected architectural culture, and pose questions about the intellectual and physical territories that it shares. In the methods of selection of participants, my biennale will encourage the collaboration and dialogue that I believe is at the heart of architecture, and the title will also serve as a metaphor for architecture's field of activity.I am interested in the things that architects share in common, from the conditions of the practice of architecture to the influences, collaborations, histories and affinities that frame and contextualise our work. I want to take the opportunity of the Biennale to reinforce our understanding of architectural culture, and to emphasise the philosophical and practical continuities that define it.The title ‘Common Ground’ also has a strong connotation of the ground between buildings, the spaces of the city. I want projects in the Biennale to look seriously at the meanings of the spaces made by buildings: the political, social, and public realms of which architecture is a part. I do not want to lose the subject of architecture in a morass of sociological, psychological or artistic speculation, but to try to develop the understanding of the distinct contribution that architecture can make in defining the common ground of the city. This theme is a deliberate act of resistance towards the image of architecture propagated in much of today's media of projects springing fully formed from the minds of individual talents. I wish to promote the fact that architecture is internally connected, intellectually and practically, sharing common concerns, influences and intentions. My method of selecting architects will reinforce the theme by making collaboration and dialogue fundamental to the Biennale. We will invite contributors to make a proposals for exhibits or installations but also ask them to propose others they want to collaborate with. In this way, the initial selection by the curatorial team is complemented by a further series of relationships initiated by selected architects. The proposed dialogues will hopefully cross boundaries of age, style, geography and discipline. They also might identify the critical roles of other parts of architectural culture: the media, research institutions, schools, publishers, galleries, foundations and so on. The results, I hope, will use every available medium to tell stories about the common ground of the profession, and of the city. My intention is to make neither an exclusive selection of projects on the basis of prejudice and taste, nor an uncritically inclusive exhibition. We wish to give the participants an opportunity to explain work within the wider context of architectural practice, not only as a demonstration of their own talent, but also to unite us in defining our ambitions and responsibilities.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Il Maxxi lancia la sua prima applicazione per smartphone</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111634.html"/>
        <published>2012-01-17T14:35:38+01:00</published>
        <updated>2012-01-17T14:35:38+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111634.html</id>
        <summary>Roma. Parallelamente a una mostra sulla Ibm Corporate, il Maxxi presenta la sua prima applicazione ufficiale, e gratuita, per smartphone e tablet, Maxxi App.L’appuntamento è fissato quindi per:Mercoledì 18 gennaio | ore 11.30Presso la sala incontri Maxxi B.A.S.E.Saranno presenti:Pio Baldi, presidente fondazione Maxxi, e Angelo Failla, direttore fondazione Ibm ItaliaIllustreranno il progetto:Prisca Cupellini, responsabile comunicazione Web MaxxiAndrea Di Palma, Manager of Information Managment Solution Lab Ibm</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Il Gardner Museum di Boston rinasce firmato Piano</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/2/111548.html"/>
        <published>2012-01-13T11:17:46+01:00</published>
        <updated>2012-01-13T11:17:46+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/2/111548.html</id>
        <author>
            <name>Danilo Udovicki-Selb</name>
        </author>
        <summary>Un peculiare pastiche di Palazzo Barbaro, il Boston Gardner Museum costruito nel 1903 dall’esperto di revival gotico e rinascimentale Willard Thomas Sears per ospitare l’eclettica collezione artistica della rispettata signora bostoniana Isabella Stewart Gardner, ha finalmente ottenuto il suo architetto italiano: la coppia Renzo Piano - Emanuela Baglietto che collabora da vent’anni. Il 19 gennaio s’inaugura il loro elegante ampliamento trasparente, rivestito in vetro e rame turchese (purtroppo ossidato in maniera così uniforme da sembrare scadente laminato di legno tinteggiato) e costato l’astronomica cifra di 183 milioni di dollari. L’aggiunta, che d’ora in poi fungerà (sfortunatamente) da unico ingresso pubblico al museo, libera (fortunatamente) il vecchio edificio da tutte le sue funzioni tranne quella originaria di ospitare la collezione permanente.Se di recente il team di Piano si è specializzato in ampliamenti di note opere (l’ampliamento del suo Museo Menil, il convento davanti alla cappella di Le Corbusier a Ronchamp e il meno riuscito ampliamento del Kimbell Art Museum di Louis Kahn), l’ultimissima «appendice» di Rpbw ha quanto meno il discutibile merito di superare l’originale dal punto di vista architettonico. Tale controversa superiorità però, è autorizzata a insidiare un patrimonio storico, culturale e intellettuale? A prescindere da cosa oggi si pensi dell’architettura del vecchio museo, l’istituzione è per i bostoniani un’icona leggendaria.Come i precedenti ampliamenti, anche questo si è ritrovato al centro di una bufera di opinioni contraddittorie relative non solo alla discutibile espansione, ma soprattutto al tradimento dei contributi apportati all’opera dalla signora Gardner. Storici, architetti e curatori museali di Boston in netto disaccordo hanno tribolato oltre cinque anni per decidere se conservare o demolire (come esigeva il progetto di Rpbw) la Carriage House, costruita dalla Gardner sul sito e usata di recente per alloggiare gli artisti che lavorano presso il museo. Un altro grave motivo di contrasto ha riguardato inoltre la possibilità che lo stile modernista del nuovo edificio, basato su trasparenza ed efficienza, fosse l’antitesi della dimora-museo della Gardner. Come ha scoperto il giovane studioso Robert Colby, fu il celebre storico dell’arte Bernard Berenson, amico e consulente della signora, a ispirare in parte la sua idea del museo. Secondo il «Boston Globe», Colby sostiene che i documenti «chiarivano che la Carriage House, i muri e i graticci costituivano un elemento chiave dell’idea che la fondatrice aveva di Fenway Court [il nome originale del Gardner Museum] come enunciazione architettonica e orticola». Dai documenti emerge che il progetto della Carriage House s’ispirava a un’arcata del borgo pugliese di Altamura, da dove Berenson spedì un’immagine all’amica. Anteponendo l’integrità professionale al carrierismo, Colby, avvisato da colleghi più anziani che rendendo pubblici i suoi risultati rischiava di compromettere la propria carriera, ha mandato una copia del suo saggio alla direttrice del museo Anne Hawley e ad alcuni membri del consiglio degli amministratori fiduciari, sperando che influenzasse la decisione loro e degli enti di Boston per la tutela del patrimonio storico. Vari curatori e dipendenti del museo si sono appellati ai mezzi d’informazione locali nell’estremo tentativo di salvare l’annesso condannato, chiedendo che la Carriage House fosse almeno spostata o integrata nel nuovo progetto. La disputa ha raggiunto il culmine quando la direttrice del museo, in un’ammissione pubblica, ha minacciato di licenziare i curatori che non avrebbero sostenuto il progetto di Rpbw. La reazione che si è scatenata sulla stampa di Boston è stata così violenta da indurre Hawley a ingaggiare addirittura il gruppo di relazioni pubbliche Weber Shandwick Worldwide per tentare di contenere i potenziali danni. Il pragmatismo commerciale ha battuto la nostalgia storica, e il sindaco Tom Menino ha firmato l’autorizzazione alla demolizione. Alla vigilia dell’inaugurazione l’amarezza di alcuni dipendenti del museo perdura, adesso in forma anonima.Costituito da quattro volumi distinti, verosimilmente disposti secondo uno schema palladiano, il complesso è collegato da una scalinata monumentale «trasparente» (forse la parte più riuscita dell’opera) che ricorda, per proporzioni ed eleganza, quella di un palazzo rinascimentale. I pannelli di vetro circostanti e la scala, incardinati in supporti minimali (che rimandano alle ombre visivamente emozionanti degli «esoscheletri» e dei brise-soleilesterni), moltiplicano all’infinito il concetto architettonico di base che gli autori si sono sforzati di ottenere: una percussione cristallina di trasparenze riverberanti, che permettono un contatto visivo con il vecchio museo d’ispirazione gotica da qualunque punto lo si osservi. Questo rapporto onnipresente si limita ad accentuare le deprecabili superfici di mattoni dall’aspetto artificiale (tinteggiate in rosso carminio!) usate dai progettisti all’interno, invece d’istituire un ulteriore legame con il museo imitandone i magnifici mattoni di un beige sfumato. La chiarezza della composizione ottenuta in un sito difficile dalla forma irregolare tra i due edifici è purtroppo turbata dalla serra (la signora Gardner l’aveva, ma aveva anche la Carriage House) lungo il corridoio che serve gli uffici amministrativi. Piuttosto che rafforzare la corte verde rispettandone l’unicità, la serra annessa in modo eccentrico al nuovo edificio banalizza la precedente, che invece dovrebbe emulare. Per di più, le superfici inclinate di vetro dei semenzai (ricordo del muro inclinato della Carriage House?), estese per l’intera altezza dell’edificio, sono facilmente scambiate per pannelli solari. Peggio ancora, né gli uffici né il nuovo museo si aprono davvero sulla serra. Visibile soltanto dalla strada, questa offre ai passanti un messaggio ambiguo sulla natura della struttura. È assai probabile che i tentativi per salvare la Carriage House sarebbero stati di gran lunga preferibili.Il progetto comprende (altra impresa riuscita) un’eccezionale galleria espositiva cubica alta 10 m in grado di sorprendere piacevolmente il visitatore che fino a quel momento si è spostato in spazi più costretti. Il soffitto si può anche regolare alle altezze di 7 e 3,5 m; accanto, un altro enorme cubo insonorizzato in calcestruzzo che ospita una sala per concerti esibisce un apparato acustico sofisticato ideato dall’incorruttibile Yasuhisa Toyota. La disposizione dei posti a sedere che corrono lungo tutto il perimetro della scatola, su cinque livelli da un’unica fila, ricordano un teatro shakespeariano. A completare il progetto assemblato con sapienza, un ristorante, un salone, spazi formativi, laboratori di restauro e due appartamenti.Il rapporto tra l’ampliamento e il vecchio museo è questione più spinosa. La decisione di collocare l’unico ingresso nella nuova struttura è un grave errore, destinato a condizionare l’esperienza del visitatore come forse la Gardner non avrebbe tollerato. Tradisce infatti l’esperienza visiva teatrale da lei voluta per l’incontro con la sua creazione: il forte contrasto che tentò di rendere fra l’esterno in mattoni, discreto e introverso, e l’esplosione spaziale che si vive nell’entrare, quando ci si ritrova all’improvviso di fronte all’ampia corte ricca di piante di ogni forma e colore in gara con molteplici frammenti di sculture, antiche trifore e azulejos moreschi.ENGLISH VERSIONAn idiosyncratic pastiche of the Palazzo Barbaro, the Boston Gardner Museum that Willard Thomas Sears--a specialist in Gothic and Renaissance revivals-- built in 1903 to house the eclectic art collection of the Boston revered socialite Isabella Stewart Gardner, has finally received its Italian architect: the twenty-year old tandem Renzo Piano-Emanuela Baglietto. For the hefty cost of 183 million dollars, clad in glass and turquoise copper (regrettably oxidized so evenly as to look as cheap painted wood laminate), their elegant, highly transparent expansion of the Museum, opens on January 19. This addition, which from now on will serve (unfortunately) as the only public entrance to the museum, relieves (felicitously) the old building from all but its primary function as a receptacle of the Gardner's permanent collection. If the Piano team has been recently specializing in additions to established architectural works (the addition to his own Menil museum; the convent set in front of Le Corbusier's Ronchamp chapel; and, most tragically, the addition to Louis Kahn's Kimbell Museum) the latest &quot;addition&quot; by the Piano Workshops has at least the arguable merit of being superior architecturally to the original.  Yet, is this debatable superiority a license to undermine a historical, cultural and intellectual heritage?  Whatever we can think today about the old museum's architecture, this institution is an iconic object with legendary significance for the Bostonians. Like the previous additions, this latest one found itself at the center of a storm of contradictory claims regarding not only the questionable expansion, but the very betrayal of Mrs. Gardner's design contributions.  Sharply divided Boston historians, architects and museum curators labored over five years to decide whether to preserve, or demolish (as Piano's project required) a Carriage House Gardner built on the site, and used in recent years to lodge the Museum's artists in residence.  A serious point of contention was also whether the new building’s modernist idiom of transparency and efficiency was the antithesis of Gardner’s palace museum. The distinguished art historian Bernard Berenson, Gardner's friend and adviser, helped inspire her vision for the museum, as the young scholar, Robert Colby, discovered. He insisted, according to the Boston Globe, that the documents &quot;made it certain that the Carriage House, walls and trellises constituted a key element in the founder's vision of Fenway Court [the original name of the Gardner Museum] as an architectural and horticultural statement.&quot;  According to the documents, the Carriage House design was based on the image of an Altamura archway in southern Italy Berenson sent her from there. Putting professional integrity before careerism, Colby, who had been warned by senior colleagues that he may ruin his career by going public with his findings, did send copies of his essay to the museum director Anne Hawley and to some members of the board of trustees, hoping these would influence their and Boston's historical preservation bodies decision.  A number of Gardner curators and staff appealed to the Boston media in a last-ditch effort to safeguard the condemned annex, asking that the carriage be at least moved or incorporated into the new project. The dispute reached its culmination when the Museum director, as she admitted publicly, threatened with dismissal those of the Museum's curators who would not support Piano's project.  The unleashed furor in the Boston press was such that Hawley even hired a public relations company, Weber Shandwick Worldwide, to try to limit the potential damage.   Commercial pragmatism winning over historic nostalgia, the Boston's Mayor Tom Menino signed the demolition authorization.  At the eve of the inauguration, bitter anger among some Museum staff continues to linger, now anonymously. Composed of four distinct volumes, arranged in a likely Palladian scheme, the whole is articulated by a monumental, 'transparent' stairway--arguably the most successful part of the work--recalling, in proportions and restrained elegance, the stairway of a Renaissance Palazzo. The surrounding glass panels and stairway hinging on minimal supports (recalling the graphically thrilling shadows of the 'exoskeletons' and brise-sleils of the exterior), multiplies to infinity the basic architectural concept the architects strived to achieve: a crystalline percussion of reverberating transparencies that allow a visual contact with the old Gothicizing Museum from any point observed. This ever-present connection only maximizes the unfortunate, artificial looking brick surfaces (painted in carmine red!) the designers used in the interior, instead of establishing an additional link to the Museum by replicating its gorgeous sfumato beige bricks. The clarity of the composition achieved on a difficult site of irregular shape between two existing buildings is regrettably disturbed by a nursery (Mrs. Gardner had a nursery, but she also had a Carriage House) running along a corridor servicing the administrative offices.  Rather than reinforcing the Gardner's green cortile by respecting its uniqueness, the greenhouse attached eccentrically to the new building, banalizes the precedent it is supposed to emulate.  What is more, the hot-beds' inclined glass surfaces (a memory of the inclined wall of the carriage House?), spanning the entire height of the building, are easily mistaken for solar panels. Worse, neither the offices, nor the new museum are actually open to the greenhouse. Visible only from the street, this nursery presents to the passer-by an ambiguous message about the nature of the building. One could argue that attempts at preserving the Carriage House would have been by far preferable. The program includes --another successful feat --a breathtaking 36-foot high cubic exhibition gallery that pleasantly surprises the visitor who has been moving till then through more constrained spaces. Its ceiling has further adaptable heights to 24 and 12 feet; next to it, another huge sound-proof concrete cube containing a concert hall, displays a sophisticated acoustic apparatus devised by the incorruptible Yasuhisa Toyota. The hall presents five-tiered, single-row seating galleries, running along the entire perimeter of the box, recalling a Sheaksperian theater.  A restaurant, a living room, education spaces, conservation labs and two apartments complete this aptly assembled program. The relationship between the addition and the old museum is a thornier issue.  The decision to have a single entry through the new building is a major error.Such way of entry is bound to color the visitor’s experience in ways Gardner would probably not have condoned. It betrays her deliberate theatrical vision for encountering her creation:  the powerful contrast she attempted to convey between a secretive, introverted brick exterior and the spatial explosion the visitor experiences upon entering when suddenly faced with a vast cortile with its profusion of plants of all shapes and colors competing with multiple fragments of sculptures, venerable venetian windows and Moresque azulejos.  Piano's apparent lack of sensitivity for works that preceded his own, raises incomprehensible ethical and professional issues about an architect who is neither short of  recognition nor of major commissions around the world </summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Addio alla musa di Louis Kahn</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111512.html"/>
        <published>2012-01-10T16:12:57+01:00</published>
        <updated>2012-01-10T16:12:57+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111512.html</id>
        <summary>È mancata all’età di 91 anni Anne Griswold Tyng, l’architetto le cui idee pionieristiche sulla geometria dei solidi hanno profondamente influenzato Louis Kahn con cui ha lavorato a lungo e da cui ha anche avuto una figlia. Laureata a Harvard nel 1944, l’anno seguente viene assunta da Stonorov &amp;amp; Kahn a Philadelphia e poi segue Khan quando fonda il proprio studio. Il suo interesse per le forme geometriche complesse è evidente nei progetti che elabora con Khan come il Bathhouse Trenton a Ewing, New Jersey (1954), la Galleria d'arte di Yale, New Haven (1951-1953) o ancora nella proposta City Tower (1952), una struttura tridimensionale alla base di un reticolo geometrico tetraedrico. A lungo misconosciuta, ha continuato a lavorare sulle forme geometriche con il supporto della Fondazione Graham. Il suo ruolo nei progetti di Khan è emerso con chiarezza dalla pubblicazione «Louis Kahn to Anne Tyng: The Rome Letters, 1953-1954» (Rizzoli 1997) e la mostra «Anne Tyng: Inhabiting Geometry» presso l’Institute of Contemporary Art di Philadephia (gennaio-marzo 2011). Ha insegnato per 25 anni alla University of Pennsylvania, è stata fellow dell’American Institute of Architects e accademica della National Academy of Design.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>A Torino si torna a parlare di architettura nei paesi in via di sviluppo</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111207.html"/>
        <published>2012-01-05T09:09:19+01:00</published>
        <updated>2012-01-05T09:09:19+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111207.html</id>
        <summary>Torino. Il 10 gennaio il secondo appuntamento del ciclo di conferenze «Architetture nei paesi in via di sviluppo//bellezza e parsimonia», organizzato dal Centro di ricerca e documentazione in tecnologia, architettura e città nei paesi in via di sviluppo del Politecnico di Torino in collaborazione con Architettura senza Frontiere Piemonte. Fino al 17 aprile 2012 saranno ospiti dell’ateneo torinese architetti italiani impegnati nel mondo della cooperazione per commentare ed esporre progetti in cui la qualità è declinata attraverso l’attenzione al contesto e alle risorse.martedì 10 gennaioEmilio Caravatti | Archintornomartedì 13 marzoRaul Pantaleo | TAMassociatiM.Ferri, G.Giannattasio, S.Parlato, R.Pennacchio, A.Tulisimartedì 14 febbraioArchitettura e Cooperazione | ArcòArchitetti Senza Frontiere Piemonte |Asfmartedì 17 aprileFabrizio Carola</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Pedro Gadanho nuovo curatore del Moma</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111369.html"/>
        <published>2012-01-04T10:24:53+01:00</published>
        <updated>2012-01-04T10:24:53+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111369.html</id>
        <summary>A partire dal prossimo 11 gennaio il portoghese Pedro Gadanho diventerà nuovo curatore presso il Department of Architecture e Design del MoMA, fondato nel 1932 e dedicato all'architettura contemporanea. Gadanho affiancherà quindi Barry Bergdoll, Philip Johnson Chief Curator, Paola Antonelli, Senior Curator e Juliet Kinchin, Curator.Nato a Covilhã, Gadanho si è laureato all'Università di Porto dove insegna tuttora. Progettista, curatore e critico, è caporedattore di «Beyond, Short Stories on the Post-Contemporary» una «bookazine» pubblicata dal 2009 da Sun Architecture e editor del blog ShrapnelContemporary. Nel 2011 ha pubblicato Arquitectura em Público. Dal 2000 al 2004, è stato co-direttore di ExperimentaDesign l'associazione di Lisbona diretta da Guta Moura Guedes che organnizza anche la Biennale del Design. Curatore di mostre internazionali come «Space Invaders», per il British Council di Londra, e «Pancho Guedes, An Alternative Modernist», per il Swiss Architecture Museum di Basilea.Ha fatto parte dell'Advisory Panel per il British Pavilion della Biennale di Venezia 2010 e nel 2004 ha rappresentato il Portogallo sempre alla Biennale.Come progettista è noto per la casa a Torres Vedras (Portogallo).Oltre a impostare le acquisizioni e le collezioni di architettura contemporanea, si occuperà del coordinamento del Young Architects Program (Yap), il progetto per promuovere e sostenere la giovane architettura istituito a New York nel 2000 e coorganizzato con MoMA PS1, e della versione internazionale sviluppata con il Maxxi di Roma e Constructo di Santiago del Cile che ha appena preso il via il 16 dicembre a Roma. Yap Maxxi 2012 ha visto la partecipazione di 43 progettisti (38 nel 2011). Due giurie (una per gli Stati Uniti e una per l’Italia) hanno individuato i rispettivi cinque finalisti tra i quali, a febbraio 2012, sarà scelto e annunciato il vincitore per ciascuno dei due musei.I 5 finalisti in gara per il Maxxi:6mu6 (Torino, Italia – Valentina Toscano, Stefano Verrocchio)Salvator-John A. Liotta, Matteo Belfiore con Taichi Kuma e Yuta Ito (Napoli, Italia/Tokio, Giappone)Rural Boxx (Sacile, Italia – Alessandro Zorzetto, Francesca Modolo, Luciano Aldrighi, Jacopo Toso, Luca Vivan)Urban Movement Design(New York, Stati Uniti / Roma, Italia – Robyne Kassen, Sarah Gluck, Simone Zbudil Bonatti)YellowOffice (Milano, Italia – Francesca Benedetto, Dong Sub Bertin)I 5 finalisti per il MoMA PS1:AEDS Ammar Eloueini Digit-all Studio (Paris and New Orleans, LA)Hollwich Kushner (New York, NY)I|K Studio (Cambridge, MA)UrbanLab (Chicago, IL)Cameron Wu (Cambridge, MA)</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Aggiudicato agli irlandesi  Heneghan Peng il concorso per il primo museo palestinese</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111353.html"/>
        <published>2012-01-03T12:46:02+01:00</published>
        <updated>2012-01-03T12:46:02+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111353.html</id>
        <summary>Lo studio di Dublino Heneghan Peng, autori del Grand Egyptian Museum in Giza, ha battuto gli altri 4 gruppi selezionati per la seconda fase, Edward Cullinan, Henning Larsen, lo studio giordano Consolidated Consultants e i canadesi Moriyama &amp;amp; Teshima, nel concorso per il primo museo Palestinese che sarà collocato nel campus della Birzeit University vicino a Ramallah nei territori occupati. Il museo, un progetto della The Welfare Association, esplorerà diversi aspetti della storia e cultura palestinesi e verrà costruito in due fasi, la prima di 2.500 mq dovrebbe essere conclusa nel 2014 per un costo di 8 milioni di dollari, mentre la seconda di 5.000 mq sarà sviluppata a partire dalla prima.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Ritorniamo a progettare la cosa pubblica</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111351.html"/>
        <published>2012-01-03T11:53:45+01:00</published>
        <updated>2012-01-03T11:53:45+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111351.html</id>
        <author>
            <name>Carlo Olmo</name>
        </author>
        <summary>La progettazione delle opere pubbliche in Italia esemplifica, in maniera sin troppo didascalica, quale triste eredità ci lasciano troppi anni di cattiva gestione di quella che un tempo si sarebbe chiamata «cosa pubblica»: l’uso improprio d'infrastrutture ed edifici pubblici (per creare posti di lavoro o per rilanciare [?] l’economia) insieme con nuovi strumenti di aggiudicazione dei lavori (l’appalto integrato in primis) hanno quasi aperto le porte alla cultura dell’emergenza. E con l’emergenza sono persino spariti gli spazi di un…pensiero critico. Al di là delle infiltrazioni della malavita organizzata e degli sprechi (un esempio quasi provocatorio è lo stadio del nuoto progettato a Roma da Santiago Calatrava, rovina di se stesso) quel che colpisce è l’impoverimento ideativo e progettuale che questa longue durée della Protezione civile ha generato.Costruire una strada o una linea ferrata è diventato solo collegare due punti su uno spazio geometrico: si è tornati un po' grottescamente a una cultura insieme futurista e a una riduzione del tempo a una dimensione solo economica.In altri settori delle opere pubbliche, come l’edilizia scolastica (dove l’Italia negli anni settanta era all’avanguardia), si è arrivati al paradosso di escludere la pedagogia e lo studente dal progetto. Come avviene nelle opere pubbliche forse più importanti, gli ospedali, dove non solo il malato non è al centro del progetto, ma dove gli ospedali sono macchine edilizie che ripropongono, persino nella distribuzione spaziale, davvero con molta tristezza, ancora i modelli penitenziari denunziati da Michel Foucault. Le carceri poi segnano il punto più dolente, ma anche più delicato, del distacco che esiste tra progettazione e scelte davvero complesse e spesso contraddittorie che una progettazione, così sensibile al clima poco civile instauratosi sulla sicurezza in Italia nell’ultimo decennio, deve affrontare. Progettare un carcere senza che la società che lo reclama sia chiamata a riflettere sui rapporti possibili tra delitti, pene e recupero possibile di chi sbaglia, appare davvero sintomo di ottusità sociale.Le opere pubbliche in Italia denunziano in realtà un problema culturale molto più radicale: una loro riduzione a funzioni (circolare, curare, apprendere, punire…) che genera, nel migliore dei casi, tipologie da replicare, del tutto decontestualizzate: cattedrali nel deserto per richiamare una metafora degli anni ottanta.Si sottolinea in queste pagine come il tema della progettazione delle carceri sia uscito dagli esercizi, più o meno accademici, delle Facoltà di architettura. Ma non è che si studino, così frequentemente, ospedali o, persino, scuole.La nostalgia che assale colui che compie una passeggiata sulle Alpi di fronte al tracciato delle strade napoleoniche, va di pari passo con la rabbia di chi si trova, tra Chivasso e Novara, a provare ad attraversare il nuovo muro di Berlino eretto dall’Alta velocità. Il fatto che il progetto (non solo quello architettonico) sia fondamentale si coglie da infiniti particolari: dal disegno paesistico delle strade o dei ponti, come avviene, anche oggi, ad esempio in Provincia di Bolzano, sino alla costruzione di un sistema di accoglienza del malato, per cui purtroppo dobbiamo guardare a esempi francesi e tedeschi.Quel che un po' provocatoriamente si può dire oggi in Italia è che la progettazione è diventata un «lusso». Insieme a una cultura dell’emergenza è prevalsa e sono divenute dominanti la cultura tecnocratica del problem solving e quella edilizia dell’opera che produce reddito e occupazione; culture che non interpretano le funzioni, guardando invece, come dovrebbero, al diritto di cittadinanza in tutte le sue espressioni.Reclamare un ritorno a una progettazione delle opere pubbliche che si ponga il problema del contesto e dell’utente, non è certo una richiesta corporativa. La qualità (di natura funzionale, morfologica e sociale prima ancora che formale) è la grande assente dalle politiche, le quali non hanno saputo andare oltre le logiche che i tagli lineari di questi ultimi mesi esemplificano in maniera icastica.La qualità non la si afferma per legge, anche se la legge sulla qualità architettonica giace da due legislature nei cassetti del Senato della Repubblica. La qualità nasce dalla messa in tensione di valori sociali, attori (non solo gli architetti) e politiche che, necessariamente devono ad esempio metter in rapporto una nuova densificazione urbana di funzioni (non solo e nuovamente immobiliari), con uno stop reale al consumo di una risorsa finita qual è il suolo. E questo Giornale non può che essere in prima linea nel rivendicare il ruolo civile di una simile progettazione e la sua importanza anche come misura non congiunturale ma strutturale. Anche perché, per ricostruire il paese e aiutarlo a uscire diverso da una crisi che non a caso è, in primo luogo, valoriale, il ricorso al solo vocabolario linguistico può nuovamente apparire desueto.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>1° gennaio: cambiano le soglie UE per gli appalti</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111344.html"/>
        <published>2012-01-02T15:11:43+01:00</published>
        <updated>2012-01-02T15:11:43+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/1/111344.html</id>
        <author>
            <name>Enrico Milone</name>
        </author>
        <summary>Dal 1° gennaio sono più alte le soglie comunitarie di cui alle Direttive UE sugli appalti, modificate dal Regolamento CE della Commissione n.1251/2011 del 30 novembre 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Commissione Europea (Guce) L 319/43 del 2 dicembre 2011.Appalti di servizi, inclusi quelli di architettura e di ingegneria: la soglia passa da 193.000 a 200.000 euro. Nel caso di incarichi da parte dello Stato, passa da 125.000 a 130.000 euroAppalti di lavori: la soglia passa da 4.845.000  a 5.000.000 euroGli appalti che superano le soglie UE devono rispettare le direttive UE, oltre che le leggi nazionali di recepimento delle stesse (in Italia il Codice degli appalti, DLgs 163/2006). Il bando di gara deve essere trasmesso alla Commissione della Comunità europea ai fini della pubblicazione sulla GUCE.La modifica introdotta con regolamento è direttamente applicabile in ciascuno degli stati membri (come fissato dall’articolo 249, 2° comma, del Trattato) senza che sia necessario un intervento formale dell’autorità nazionale.Ai fini del rispetto delle soglie (articolo 29 del Codice degli Appalti), occorre considerare gli importi posti a base d’asta, senza l’eventuale ribasso derivante dalle offerte presentate e al netto dell’imposta sul valore aggiunto. È inoltre vietato l’artificioso frazionamento dell’appalto, quando questo è teso alla non osservanza delle norme circa il raggiungimento della soglia comunitaria.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Addio a Ricardo Legorreta </title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/109259.html"/>
        <published>2011-12-31T14:07:45+01:00</published>
        <updated>2011-12-31T14:07:45+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/109259.html</id>
        <summary>Nato il 7 Maggio 1931 a Città del Messico, Legorreta era l'architetto contemporaneo più importante del Messico. Combinando la tradizione del modernismo occidentale con la cultura locale, i suoi edifici si distinguono per  i colori vivaci, forme geometriche, le fontane, i loro spazi immersi nella luce, e l'intimità delle corti interne. Uno dei suoi primi progetti è stato l'Hotel Camino Real a Città del Messico (1968). In seguito ha progettato la casa Montalban a Los Angeles (1985), il Museo di Arte Contemporanea di Monterrey (1991), la Cattedrale di Managua (1993), la Pershing Square a Los Angeles (1993), la Biblioteca principale di San Antonio, Texas (1995), il Tech Museum of Innovation di San Jose, California (1998), il Centro Arti Visive della facoltà di Santa Fe, New Mexico (1999), il complesso di Juarez in Messico (2003 - 2005), il Carnegie Mellon College of Business &amp;amp; Computer Science in Qatar (2009), la Scuola Georgetown of Foreign Service, sempre in Qatar (2011), e altri spazi urbani ed edifici pubblici e privati. Nel 1999, Legorreta si era aggiudicato la medaglia d'oro dell'Unione Internazionale degli Architetti (UIA), e nel 2000 era stato il primo latino-americano a ricevere la prestigiosa Medaglia d'oro dell'American Institute of Architects (AIA). Quest'anno a luglio la Japan Art Association gli aveva attribuito il Praemium imperiale. Suddiviso in cinque discipline - pittura, scultura, architettura, musica e teatro / cinema - riconosce il contributo delle arti all'arricchimento dell'umanità nel suo complesso.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title> Il Fatto Quotidiano parla di noi</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/111335.html"/>
        <published>2011-12-30T16:12:12+01:00</published>
        <updated>2011-12-30T16:12:12+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/111335.html</id>
        <summary>Zaia ha firmato. Il Governatore “contadino” ha dato il via libera definitivo a Veneto City, contestatissimo progetto che si mangerà centinaia di ettari di campagna veneta. Chissà, forse Zaia sperava che, firmando tra Natale e Capodanno, la sua scelta passasse inosservata. Così come aveva fatto nei mesi scorsi, sostenendo che la Regione in questa vicenda aveva un ruolo “notarile”, rispetto alle scelte dei comuni. Un’affermazione che da qualcuno è stata definita “alla Ponzio Pilato”, perché il Governatore poteva dire la sua su Veneto City.Ma la Lega ha sostenuto con ogni mezzo il progetto. A cominciare dal sindaco di Dolo, Maddalena Gottardo, che in consiglio comunale è sbottata: “Per quelli di sotto ci vorrebbe l’olio di ricino”. Una battuta che pare venire dal profondo e rivela l’animo della Lega di oggi: che cerca di reinventarsi come partito di lotta vicino al popolo e al territorio, ma resta salda sulla poltrona e approva a marce forzate contestatissimi progetti. Un partito che non ama i dissensi. Perché i destinatari dell’olio di ricino sono migliaia di veneti che le hanno tentate tutte per bloccare il progetto di Veneto City. Niente anti-politica, anzi, il contrario: un esempio di dissenso acceso, ma democratico e fantasioso. Sempre nelle regole: 11mila firme raccolte, ricorsi in ogni sede, partecipazione al consiglio comunale, manifestazioni sotto il Comune al suono delle vuvuzelas.Parliamo di un mega centro commerciale-direzionale che occuperà 715mila metri quadrati – l’equivalente di 105 campi di calcio – con un volumetria di 2 milioni di metri cubi. È dal 2008 che tra Venezia e Padova i comitati si battono contro Veneto City. Ma nelle ultime settimane la battaglia è diventata serrata, perché il destino della campagna veneta si gioca in queste ore. Per cambiare definitivamente il paesaggio di Dolo bastavano tre firme: quelle dei Comuni di Dolo (Lega) e Pianiga (Pdl) e quella del Governatore Luca Zaia (Lega). Sono tutte arrivate entro la scadenza del 31 dicembre.I comitati non hanno una tessera politica. In tanti contavano sul fatto che Zaia e i leghisti in campagna elettorale avevano professato attaccamento al Veneto, alle sue tradizioni, alla terra. Ma quando si è arrivati ai fatti, ecco l’amara sorpresa. Raccontano Adone Doni e Mattia Donadel, portavoci del Cat(Comitati Ambiente e Territorio): “La maggioranza del Comune di Dolo ha convocato sedute straordinarie a raffica, perfino la Vigilia e il giorno di Natale, per votare prima del 31”. E i comitati hanno “assediato” il Comune. Hanno cercato di entrare in consiglio. Ma il 20 dicembre il sindaco emette un’ordinanza: “Visto che nelle ultime sedute si è verificata una massiccia affluenza di pubblico e manifestanti presso la sala consiliare… si ordina di chiudere al pubblico gli uffici comunali”. Racconta Doni: “Sono rimasti solo 40 posti, ma quando abbiamo provato a entrare li abbiamo trovati già occupati da militanti leghisti”. Così sono partiti esposti al Prefetto e alla Procura.Alla fine il sindaco leghista ha firmato (come quello di Pianiga). Per la gioia dei sostenitori di Veneto City. Ma di che cosa si tratta esattamente? Nei documenti ufficiali si parla di un polo destinato a riunire “i servizi per l’impresa, l’università e il commercio”. Tutto e niente. Le stime parlano di 30-40mila visitatori al giorno e 70mila veicoli. Il progetto prevede torri di 80 metri. E già l’aspetto urbanistico ha attirato critiche, come quelle del prestigioso Giornale dell’Architettura: si parla di “esiti paradossali”, si ricorda “un’affermazione di Zaia alla Ponzio Pilato che «le variazioni urbanistiche passano in Regione a livello notarile se hanno l’ok dei consigli comunali e della Provincia»”, si sottolinea “la necessità di rifondare il rapporto tra uomo e natura nel Veneto”; ma il Giornale dell’Architettura rammenta anche che “l’ultimo passo è stato demandato ai sindaci di due comuni che sommano circa 30.000 abitanti, di fronte a un intervento attorno al quale gravita tutto il Veneto. Le 11.000 firme raccolte dai comitati non hanno inciso sull’iter”. La Difesa del Popolo, giornale della diocesi di Padova, ha dedicato al progetto un’allarmata copertina: “In Riviera la città di cemento a(r)mato”, dove si ricorda che anche “le associazioni di commercianti e agricoltori sono contrarie… ma tutto procede”.Per capire davvero il progetto bisogna guardare a quello che ci sta dietro. Veneto City ha tanti santi in paradiso, raccoglie i signori dell’impresa del Nord-Est: da Stefanel (attraverso la Finpiave) a imprenditori che amavano definirsi “progressisti” come Benetton (ma ultimamente si sono lanciati in operazioni contestate come Capo Malfatano in Sardegna). Fino alla Mantovani che ha il ‘monopolio’ delle grandi opere in Veneto.E la politica? Il centrodestra di Giancarlo Galan, che in questi ambienti ha tanti amici, ha sostenuto l’opera. Il centrosinistra all’inizio sembrava, tanto per cambiare, confuso: “Veneto City deve essere un’opportunità, non un pericolo”, disse Antonio Gaspari, allora sindaco di Dolo (Margherita). Davide Zoggia (Pd), all’epoca presidente della Provincia di Venezia, in pubblico diceva: “Veneto City potrebbe essere costruita altrove”. Ma in una lettera riservata definiva il progetto “di sicuro interesse per l’assetto e lo sviluppo economico di Venezia”. Oggi il Pd, all’opposizione, si dichiara contrario. Più netta la posizione di Rifondazione e dell’Idv: “Basta con il consumo del territorio, Veneto City è un’idea delirante”, tagliò corto Paolo Cacciari, ex deputato di Rifondazione.Per valutare l’impatto di Veneto City bisogna venire qui. Muoversi tra Fiesso d’Artico, Dolo e Mira: “Mi ci perdo anch’io che ci abito da una vita”, racconta Vittorio Pampagnin (ex sindaco di Fiesso, con un passato nel centrosinistra), mentre con l’auto vaga tra bretelle e tangenziali che hanno strozzato interi paesi. Siamo nella Riviera del Brenta, la terra dove Tiziano attingeva i colori per i suoi quadri. Nella campagna veneta cara ad Andrea Zanzotto. Qui dove una volta il paesaggio era segnato dai campanili e oggi svettano ciminiere e capannoni. L’era Galan ha lasciato un’eredità pesante: dal 2001 al 2006 sono state realizzate case per 788mila persone (la popolazione è aumentata di 248mila abitanti). Nel 2002 si sono costruiti 38 milioni di metri cubi di capannoni. In Veneto la superficie urbanizzata è aumentata del 324% rispetto al 1950. Ben oltre le necessità, come dimostrano migliaia di cartelli “vendesi” appesi a case nuove e mai abitate.Adesso arriva Veneto City. L’ultima parola spettava a Zaia (che ha preferito non parlare con il Fatto), quello che amava definirsi il governatore “contadino”. Ma che oggi ha chiarito definitivamente da che parte sta.(Fonte: Il Fatto Quotidiano)</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Ufficiale: a Chipperfield la guida della Biennale</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/110784.html"/>
        <published>2011-12-28T10:42:29+01:00</published>
        <updated>2011-12-28T10:42:29+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/110784.html</id>
        <summary>Dopo che a novembre il sito inglese bdonline aveva annunciato che a guidare la prossima Biennale di Architettura di Venezia sarebbe stato David Chipperfield, ieri il nuovo Cda guidato da Baratta ha ufficializzato la nomina. All'architetto inglese, che a Venezia sta lavorando all'ampliamento del Cimitero di San Michele, resterebbero solo 8 mesi per definire un tema e dirigere quella che a tutt'oggi è la più grande mostra di architettura al mondo.Chipperfield in particolare ha affermato sul suo progetto: «I partecipanti saranno stimolati, attraverso dichiarazioni di affinità, a proporre connessioni con altri autori e altre opere. Questi dialoghi e collaborazioni potranno implicare una proposta comune oppure un dialogo tra progetti, da intendersi anche nel senso della provocazione.  In questo modo desideriamo dimostrare l’esistenza di una ricca cultura della pratica e della ricerca architettonica, stimolata dal contributo di altre discipline, ma definita da entusiasmi e preoccupazioni condivisi, in un momento in cui si celebrano i singoli lavori degli architetti, ma al tempo stesso vengono continuamente messi in discussione il ruolo della professione e il nostro posto all’interno della società». La Mostra Internazionale di Architettura si terrà ai Giardini e all’Arsenale dal 29 agosto al 25 novembre 2012. La vernice sarà il 27 e 28 agosto.</summary>
    </entry>
    <entry>
        <title>Stato di necessità</title>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/111313.html"/>
        <published>2011-12-23T13:54:51+01:00</published>
        <updated>2011-12-23T13:54:51+01:00</updated>
        <id>http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/12/111313.html</id>
        <summary>Scade il 31 gennaio 2012 il bando di concorso promosso dall’associazione culturale Architettando. Arrivata ormai alla sua quarta edizione, l’Associazione, nata a Cittadella (Padova) nel 1994, propone di indagare, attraverso opere (costruite e progettate) di qualsiasi dimensione, tipologia e destinazione d’uso, le trasformazioni in atto nell’architettura in tempi di crisi economica, ridefinizione degli equilibri di potere e sensibilizzazione verso la questione ambientale. «In tempi odierni di rapido cambiamento, quali sono le necessità che l’architettura deve definire e a cui deve dare risposta? Quali tematiche del mondo di oggi appartengono alla dimensione della necessità e quali invece si prefigurano come possibilità?». Architettando ha individuato (con l’intenzione di dare il via ad un elenco aperto) cinque necessità dalle quali non si può prescindere: cura, transitorietà, incontro, spazi eterotopi, riconversione. Gli elaborati dovranno essere spediti, entro il 31 gennaio 2012, via mail all’indirizzo: statodinecessita@architettando.org, per eventuali chiarimenti si avrà tempo fino al 10 gennaio. Per scaricare il bando: www.architettando.org</summary>
    </entry>
</feed>

